Cos’è l’arte? Per alcuni è sicuramente un dono (beati loro!), per altri una dura conquista, ma per altri ancora è addirittura una condanna.

“La poesia è un paio di scarpette rosse. Spesso si balla sulle braci. Sul fuoco. È così. È una condanna”. È una condanna la poesia per Alda Merini, meravigliosa poetessa milanese destinata al manicomio e ad una sensibilità altra. Ma a noi, questa condanna, oggi arriva come una benedizione. La poesia è l’antidoto alla mercificazione dell’esistenza, è la palestra dove allenarsi ad una corretta comunicazione, ha il potere di ricordarci la bellezza che ci circonda, serve a capire l’animo umano, a sognare e a limonare tantissimo.

Oggi 21 marzo, primo giorno di primavera (e per un curioso disegno del destino compleanno anche di Alda Merini), si celebra la Giornata Mondiale della Poesia. Istituita nel 1999 su iniziativa dell’UNESCO, la Giornata Mondiale Della Poesia rappresenta per Giovanni Puglisi – Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco – “L’incontro tra le diverse forme della creatività e di espressione attraverso cui ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica”.

I poeti hanno l’istinto animale dell’attualità, come se nel corpo avessero la temperatura del mondo e quello stesso corpo ce lo consegnassero come rito propiziatorio di un’arte divinatoria. Per questo motivo intervistare un poeta è un po’ come interpellare un oracolo.

Abbiamo riflettuto assieme a Gianpaolo Negro, attore e poeta, su questa merce – la poesia – “che non scade, che non si consuma, che non si deteriora”.

Amore, morte e natura sono forse i temi più comuni, da sempre, della poesia. Quale di questi ha un ruolo centrale nella tua poetica e, prima di tutto, cos’è per te la poesia?
“Credo che la poesia sia dettata dalla necessità impellente di vivere e che sia un atto fisiologico, un’intimità, un poter dire tutto quello che è impossibile dire; da qui il mistero e il buio luminoso della poesia stessa come atto creativo, dal mugugno del bimbo che impara a parlare all’inorganicità della pietra. Io non ho un tema a me caro, in fondo il continuo svanire e divenire delle cose è forse di per sé l’unico tema che posso ritrovare nei miei scritti. La morte come quotidianità e non come fine è la vera essenza poetica della vita; da qui la meraviglia della poesia ossia la vita stessa”.

Ognuno di noi ha dei maestri, fonte inesauribile di ispirazione. Quali sono i tuoi?
“Di maestri ce ne sono tanti. Sono cresciuto in una famiglia dove la poesia e lo scrivere ha sempre coinvolto tutti. Le mie letture spaziano molto dalla letteratura più antica in volgare, in provenzale alcune volte, a quelle più contemporanee fino ad arrivare a quelle dell’amico che mi fa leggere le sue poesie. Per questo motivo non saprei indicare un solo maestro ma ho sempre molto apprezzato autori come Dante, Petrarca, Dino Campana, Eugenio Montale, Rainer Maria Rilke e ce ne sarebbero tanti altri da elencare…”

In momenti di continua e veloce metamorfosi come quello che stiamo vivendo non senti la limitazione delle parole?
“Le parole possono benissimo far parte del silenzio intimo o pubblico di ognuno di noi. Più che la limitatezza delle parole in sé sento l’avvilente incapacità e inefficacia del nostro modo di comunicare che ha scarnificato le parole o peggio ancora la parola facendone perdere la musica e la musicalità; per questo dovremmo avvelenarci di poesia almeno una volta al giorno per ritrovarci come note sullo spartito della vita. Riusciremmo forse a capirci meglio”

Gianpaolo, tu sei anche e soprattutto un apprezzato attore. Secondo te la poesia può diventare performativa?
“Credo che la poesia non dovrebbe essere mai letta ad alta voce e qui un po’ mi contraddico perché io amo leggere le poesie ad alta voce. Diciamo allora che sì, la poesia di per sé come atto creativo, può essere performativa ma solo se l’attore sparisce dalla scena per dar posto e vita al buio poetico che è la vita stessa”.

( “Fontana madre” di Gianpaolo Negro e “Dicono che la mia” di Eugenio Montale)

di Giorgia Boccuzzi