Tutti gli uomini hanno il diritto ad avere debolezze, paure, dissidi interiori, mostri contro cui combattere quotidianamente. Tutti. Ma quando un uomo ricopre un ruolo pubblico, istituzionale, arrivando anche a rappresentare lo Stato, non perde il diritto ad avere debolezze ma avverte il rischio di perdere il diritto a mostrare dei cedimenti. Ed un errore che commettiamo noi, gente comune, è quello di ritenere granitica la personalità di chi risiede nei piani alti. No, sono semplicemente persone, siamo persone. Siamo schiavi delle apparenze che ci avvolgono e ci ingannano, perché troppo spesso si scade nel luogo comune del “quello è un professionista ricco e famoso, ha una vita perfetta”. E risulta difficile capire cosa abbia spinto una figura apparentemente inossidabile ad un gesto malsano, ad un gesto così estremo.

Difficile anzi, impossibile, tentare di comprendere i motivi che abbiano indotto Antonio Catricalà a togliersi la vita, a farla finita, questa mattina. Piangiamo un figlio della Calabria, che tanto lustro aveva dato alla terra d’origine. Sessantanove anni, nato a Catanzaro, cittadino onorario di Chiaravalle Centrale dal 2005, Antonio Catricalà ha condotto una vita al servizio delle Istituzioni, al servizio del Paese, lui che si proclamava “calabrese doc”, nonostante la carriera (fin dai tempi dell’università, giovanissimo) lo avesse portato nella Capitale. Avvocato, docente di diritto privato e diritto dei consumatori, Magistrato del Consiglio di Stato, presidente dell’Antitrust per sei anni e poi a capo dell’organismo di gestione degli agenti di attività finanziaria, il nome di Catricalà assume ulteriore rilevanza mediatica per i delicati incarichi di governo con Mario Monti prima (del cui governo era stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e, successivamente, con il governo guidato da Enrico Letta, allorquando era stato Viceministro allo Sviluppo Economico.

Da quattro anni, inoltre, era a capo di ADR Aeroporti di Roma e proprio da pochi giorni era stato nominato presidente dell’Istituto Grandi Infrastrutture. Un uomo garbato, equilibrato e silenzioso prestato alla politica, dal sorriso rassicurante, il cui profilo era stato anche accostato alla formazione del governo Draghi qualche giorno fa. Nulla che facesse trasparire un malessere interiore o presagire quanto avvenuto questa mattina, esattamente tra le 9 e le 10, quando la polizia lo ha trovato senza vita sul balcone della sua casa a Roma, quartiere Parioli. Ciò che lascia sgomenti è che, stando a quanto si apprende, l’ex viceministro si sarebbe suicidato sparandosi un colpo di pistola.

Un atto imponderabile, che ha dell’incredibile e che non trova dunque spiegazioni in chi resta, specialmente se si considera l’aria mite e tranquilla dell’autore gesto. “Il potere non mi appartiene”, ribadiva nelle sue uscite pubbliche. “Siamo magistrati, spesso chiamati a dare una mano alle istituzioni. Io l’ho fatto sempre volentieri, ma non ho mai aspirato a nessun posto”, sosteneva sempre Catricalà il quale era dell’idea che servisse una “fase di decantazione” dopo essere stati al governo, per riabilitarsi a tornare a fare il proprio lavoro, ma gradualmente. Ed era ciò che faceva tutte le mattine, fino ad oggi, fino allo sparo improvviso che non ha scosso soltanto la palazzina in cui risiedeva ai Parioli, ma l’Italia intera.