DB Radio dedica un focus speciale al Giorno della Memoria, in occasione della ricorrenza del 27 gennaio che, come ogni anno, commemora le vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati nella Germania nazista.

Una ricorrenza, una giornata per riflettere, per scuotere la propria coscienza dall’orrore che ha segnato la nostra storia, un passato che si riflette sulla contemporaneità, mentre ci troviamo a fare i conti con l’emergenza sanitaria ed economica generata dal Covid oltre ad un grande male: l’impoverimento di valori.

Stime e numeri a confronto: secondo dati ISTAT in Italia nel 2020 ci sono stati oltre 700mila morti e ciò non succedeva dalla Seconda Guerra Mondiale. Un calcolo nel quale includere le 86mila vittime  italiane del coronavirus.

Per aprire una finestra su ciò che è stato e contestualizzare accendendo l’attenzione sul presente, ospite del DB Social condotto da Federica Falbo e Cosimo Simonetta, il professore Luigi La Rosa, una delle colonne portanti del Liceo Classico “Galluppi” di Catanzaro, nonché vicepresidente del Teatro di Calabria.

Accompagnati in un viaggio nel tempo dal professor La Rosa, si è innanzitutto preso spunto dall’importanza che la commemorazione assume nella Scuola, nonostante la didattica a distanza, ambiente in cui si forma la coscienza di ogni individuo e porsi a contrasto dei fenomeni di diversità e discriminazione.

La Rosa accende pone da subito in risalto un rischio concreto per il nostro tempo: “In molti casi celebrare il passato, la memoria, rischia di essere solo un ‘rituale’ prima e dopo del quale non resta nulla. Per evitare che tutto si riduca a cerimonia del momento, servirebbe riflettere sul dramma che la storia europea del ‘900 ha insegnato (o non ha insegnato?), sul perché non si riesca ad imparare dagli aspetti tragici della storia”.

E ancora: “Ormai noi italiani non condividiamo ‘storie comuni’, la differenza generazionale vede stacchi netti, al punto da non capirsi più. Come se non bastasse, lo sviluppo tecnologico che sembra darci sicurezza, in realtà ci rende estremamente deboli nei sentimenti ed è questo il rischio al quale stiamo andando incontro. E la debolezza porta allo svanire della memoria. Abbiamo delegato la nostra memoria ai supporti multimediali e ciò significa perdere il contatto con gli altri, chiudersi nel proprio egoismo”.

Disarmanti, poi, le scene del nostro presente, come il dramma dei migranti al confine tra Croazia e Bosnia, stipati in tendopoli, al gelo e senza acqua, o soggiornando in un campo allestito dalle forze armate bosniache, nutrendo la speranza di transitare nei Paesi dell’Europa occidentale e condurre una vita normale. Suscita clamore e costernazione, quindi, dover parlare, ancora oggi di campi in cui relegare esseri umani: “Dalla storia non si impara molto, se l’umanità traesse insegnamento dalle lezioni ricevute, saremmo perfetti, ma non lo siamo! Oltre al dramma che ha coinvolto il popolo ebraico e dimentichiamo che proprio sotto i nostri occhi, nella civilissima Europa, nel cuore della ricchezza dell’Occidente che vanta il suo modello di progresso, assistiamo ad immagini insopportabili per chi abbia sensibilità – denuncia il professore -. Vediamo donne, bambini che stanno sperimentando un destino che li schiaccia e devono affacciarsi alla vita senza prospettive, senza i sogni che dovrebbero avere. Il problema è l’abbassamento del tono culturale. La cultura è vista come un passatempo per perdigiorno, perché siamo presi dalla frenesia dell’arricchimento. Il nostro cervello, abituato solo al calcolo, pensa che l’utile sia valore e l’inutile sia disvalore. È esattamente il contrario. La cultura, a cominciare dalla scuola, queste cose non le insegna”.