Fine gennaio 2020. Un virus semi sconosciuto, dopo l’epidemia partita nel mercato del pesce della città di Wuhan, inizia a propagarsi a grande velocità nei territori confinanti con la Cina fino ad arrivare in Europa e anche negli Stati Uniti.

Può sembrare l’inizio di un film che ha come tema centrale la diffusione di un virus o l’antefatto di una serie tv post-apocalittica dove una terribile epidemia ha colpito l’umanità, invece è l’inizio di quella che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito come Emergenza Globale, sesta volta nella storia (si ricorda le altre emergenze come l’epidemia di Ebola o del virus Zika).

Nonostante questa situazione sembri uscire dalla mente di Frank Darabont, siamo davanti alla realtà nuda e cruda. Non è mistero che nel corso della storia le epidemie siano state fonte di ispirazione per piccole e grandi produzioni, ma davanti alla diffusione rapida dell’epidemia il genere umano non può fare a meno del chiedersi: cosa accadrà dopo?

Frank Darabont, già noto per grandi prodotti cinematografici come The Mist e Il miglio verde, prendendo spunto dalla serie di fumetti di Robert Kirkman, porta sul piccolo schermo quella che è stata una delle serie di maggior successo degli ultimi dieci anni: The Walking Dead.

La serie ideata da Darabont da uno sguardo a quella che sembra essere la situazione dopo una tremenda epidemia, dove un virus sconosciuto si è diffuso rapidamente nell’intera popolazione mondiale. Nonostante la tremenda somiglianza con l’attuale situazione globale siamo davanti ad un’opera di fantasia, che usa il virus come occasione per un ritorno alla classica figura degli zombie. Soprattutto nel finale della prima stagione, conclusa nel 2010, viene data quella che sembra essere una spiegazione scientifica della trasformazione in zombie. Il virus, dopo la morte dell’ospite, lo riporta “in vita” rendendo la persona un guscio vuoto, parole usate dal dr. Jenner.

Quello che sostanzialmente porta sugli schermi la serie è il mondo del dopo, tenendo ben lontano dagli occhi dello spettatore ciò che era stato lo scenario che ha portato
all’attuale situazione, lasciando però intuire allo stesso quello che può essere successo, grazie ovviamente ad una cura per i particolari davvero maniacale, basti pensare all’accuratezza degli scenari, macchine ferme incolonnate sulle strade, città deserte. In ogni produzione, serie tv incluse, che parlino di un futuro post apocalittico, post epidemia, elemento comune nell’immaginario collettivo è quello della regressione.

The Walking Dead non è escluso da tutto questo.

-Perché non la prendi?
– C’è uno sbirro che mi fissa… non sarebbe reato di saccheggio?
-Non credo queste regole valgano più!

Sono le parole che Rick Grimes rivolge ad Andrea. Parole che fanno capire come il mondo sia cambiato radicalmente dopo la pandemia. La civiltà sembra esser crollata, le istituzioni sembrano essere crollate, tutto quello che rimane è il puro e semplice istinto di sopravvivenza. Ed è questo che diventa il tema centrale della serie. Sopravvivenza.

Il mondo come lo si conosceva non esiste più, nuove regole sono in vigore. Ma se il mondo cambia cambia anche quel briciolo di società che rimane. Crollano le strutture sociali, crolla il vecchio metodo di approcciarsi. In un mondo dove devi guardarti dai morti, dove devi stare attento a non contagiarti, bisogna prestare attenzione anche ai vivi. Uccidi o sei ucciso, ma nonostante il clima teso una cosa sembra rimanere invariata: la speranza.

Speranza di ricominciare, speranza di riprendere a vivere, ovviamente tendendo conto delle nuove regole. La realtà in cui viene calato lo spettatore di The Walking Dead, è una realtà cupa dov’è dietro l’angolo ci sono sempre delle sorprese, dei rischi. Andare al supermercato abbandonato è un’azione che prima poteva essere semplice, ora invece diventa un atto per la sopravvivenza che può essere fatale. Essere buono verso il prossimo in una società dove si lotta per la vita diventa un gesto eroico, quasi quanto la stessa scelta di restare umani: “Quando esci là fuori rischi la vita, quando bevi dell’acqua rischi la vita. Oggi respiri e rischi la vita. Ogni momento qui ti lascia senza scelta. L’unica scelta che puoi fare è per cosa rischiare la vita”

Le parole di Herschel alla figlia Maggie, che diventeranno nel corso delle stagioni parte fondamentale del cast, lasciano un barlume di speranza dietro una amara consapevolezza: tutto intorno è cambiato, ma niente può cambiare quello che sei.

Se la serie di Frank Darabont, che poi passa nelle mani del nuovo produttore esecutivo Glen Mazzara, ci rende partecipi di come una pandemia sia stata in grado di cambiare, di stravolgere completamente il mondo come lo conosciamo, focus ben diverso abbiamo sulla produzione Netflix: Pandemia globale.

Tornando alla realtà, lo scorso 22 gennaio la piattaforma colosso dello streaming, Netflix, rilascia con un tempismo pauroso la nuova serie documentario dal titolo Pandemia globale. Se nella serie di Darabont/Mazzara abbiamo lo sguardo sui danni causati dalla propagazione dei virus, la serie che vede come protagonista la dottoressa Syra Madad (direttore del New York City Health&Hospital Special Pathogenes Program), ci butta letteralmente sulla prima linea di difesa contro le infezioni virali, in particolare modo sulla difesa delle epidemie di influenza.

Dai toni molto attuali la serie porta lo spettatore a stretto contatto con quello che è il lavoro scientifico, sia dietro la ricerca che dietro il lavoro instancabile dei medici, e soprattutto non mancano gli scontri contro i No-vax, spostandosi da posti completamente distanti e diversi nel mondo quali India, Egitto, USA e Guatemala. I tempi distesi che la serie ci presenta, senza alcun tono di allarmismo, ci permette di avere una sorta di racconto, reso conto dal forte impatto scientifico.

Quello che mancava nelle produzioni fantasy, ovvero l’inizio di tutto, lo ritroviamo nella produzione Netflix, spiegato con grande cura. Allo spettatore viene spiegata, in maniera che possa esser compresa da tutti, la facilità della diffusione dei virus respiratori e influenzali, che sono quelli presi in esame.

Non mancano infatti riferimenti alle precedenti emergenze globali dichiarate dall’OMS, quale l’epidemia da H1N1, senza tralasciare riferimenti ancora precedenti come la febbre che si scatenò alla fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918. Quello che viene spiegato, con esempi molto semplici, è la facilità della propagazione: Nonostante questi focolai appaiano in zone remote, basta prendere un aereo perché arrivino da noi. Dalle parole della protagonista si capisce che soprattutto nei nostri giorni, grazie anche alla globalizzazione, alla maggior interazione tra gli stati sul pianeta, basta un niente perché un patogeno virale venga trasportato in un altro Stato.

Viste le numerose raccomandazione che sentiamo ai tg al giorno d’oggi sull’emergenza di SARS-COV2, anche la serie Pandemia globale ribadisce il concetto di sicurezza, soprattutto degli operatori sanitari, essendo questi ultimi la prima linea difensiva contro le epidemie.

Da un lato abbiamo quella che sembra essere la risposta al “cosa accade dopo?” dall’altro abbiamo un chiaro focus sulla nostra linea difensiva, che confrontate con l’attuale situazione, sembrano avere una forte risonanza.

Ancora una volta il genere umano si trova a fronteggiare lo stato epidemico, una emergenza globale che è stata dichiarata solo sei volte nel corso della storia. E nonostante l’inizio della storia del SARS-COV2 sembri sia l’incipit di un film o della serie di grande successo, rappresenta invece il quadro attuale, con tutti gli sconvolgimenti sociali ed economici che ne conseguono.

Michele Sansone