Un anno fa di questi tempi era altamente improbabile pensare di poter discutere di Dad o Did. Nel suo significato più specifico quando si fa riferimento al termine Dad si allude alla didattica a distanza, quella attualmente utilizzata dai ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado. Nel momento in cui si fa riferimento alla parola Did, è evidente l’associazione alla didattica integrata digitale, quella che per certi versi ha funzionato meno.

Nei più grandi dibattici sull’istruzione, il quesito più frequente è solo uno: cos’è che non ha realmente funzionato? Istintivamente tutto.

Troppi sono gli aspetti mancanti, troppi i punti cardine in cui questo processo è andato a scemare. Troppi i punti interrogativi a cui non si è stati capaci di dare una spiegazione.

Non si è stati capaci? No, si è finto di essere incapaci perché la situazione creatasi ha destabilizzato tutti ma non ha toccato pienamente nessuno. A pagarne a caro prezzo le spese del fallimento sono stati gli studenti “costretti” a inseguire all’interno di una scatola, ormai magica, quale il pc.

La Did può considerarsi un esperimento, certamente significativo, ma non riuscito a pieno. La scuola per molti è vita e come ogni aspetto della stessa presenta vantaggi e svantaggi: cosa c’è da migliorare? Pensate che il problema dei trasporti sia irrilevante? Non può esserlo.

I ragazzi hanno la necessità di usufruire dei mezzi di trasporto senza aver paura o timore di ritrovare autobus colmi di persone e con pochissimi posti disponibili. Il “guaio” dei trasporti non può passare in secondo piano per favorire la ripresa della tanto sperata normalità.

I trasporti rappresentano il mezzo di comunicazione più funzionale ed efficace per riconquistare e assaporare ciò che attualmente manca maggiormente: la libertà.

La didattica integrale digitale all’interno delle scuole avrebbe dovuto favorire il riassortimento degli alunni, garantendo a questi ultimi la massima sicurezza e la possibilità di vivere all’interno di un ambiente che tutt’ora sembra distante e quasi dimenticato, l’aula.

Le moderne classi sono state sostituite dalle camere degli studenti e la scrivania è diventato il più classico dei banchi di scuola. I compagni sono i peluche di quando si era in tenera età, poiché la lontananza è tanta e spesso ci si dimentica di quanto vissuto negli anni precedenti. Fosse solo questo.

L’entità scolastica non è sicura come hanno cercato di far apparire, i contagi ci sono stati perché è impensabile pensare di non incontrare nessuno nel momento in cui si fa utilizzo dei servizi igienici, è quasi impossibile anche essere certi che nei corridoi, durante il suono della campanella di entrata o di uscita, non si crei quello che oggi viene definito come “assembramento”.

Nei momenti di pausa o comunque nell’intervallo è logico, se non naturale, che per una condizione tipica dell’allievo stesso ci si sposti da un banco all’altro, anche se con l’utilizzo della mascherina, compagna di vita, molto più dei compagni di classe. Ah, i banchi… non quelli a rotelle, non esistono. Nessuna istituzione scolastica di ogni ordine e grado è stata munita di banchi con le rotelle. Forse ci sono, magari si fa semplicemente fatica a non farli diventare autoscontri.

La scuola è certamente la risorsa più importante per i giovani del futuro ma, coloro che tramandano il sapere, i professori sono quelli con il più alto rischio di contagio. Perché?  Semplicemente il girovagare di classe in classe favorisce il contatto con altri docenti e responsabili della sicurezza.

L’arrivo degli scuolabus ad orari non consoni con l’orario scolastico impongono agli studenti di attendere fuori dall’ingresso della scuola, aumentando così la possibilità di incontrare coetanei con i quali creare veri e propri “gatherings”.

Il grattacapo più eloquente dell’attendere il suono della campanella riguarda la mascherina. Viene utilizzata correttamente? No. Chi la porta abbassata, chi sotto il mento, chi non la porta proprio. Sono molteplici gli aspetti non funzionanti e allora cosa è meglio fare? Si chiude tutto fino a data da destinarsi.

Si riaccendono i computer e si sta a casa, precludendosi così la possibilità di frequentare almeno quel 50% di ragazzi che si aveva e, non siamo sicuri si avrà in futuro, di incontrare.

Ricomincia la Dad . Certo, più comoda. Ci si sveglia poco prima della lezione, si indossa il comodo pigiama da notte, si fa colazione alla prima ora e si pranza all’ultima. Niente male, se non fosse che le classiche cinque ore davanti allo schermo della nostra scatola magica sono alquanto nocive, la possibilità di essere fraintesi è tanta, i problemi di connessione dati da un sovraccarico sulla linea Wi-fi non rappresentano il massimo dell’equilibrio, le interrogazioni e i compiti ci sono allo stesso modo, forse anche più di prima.

È il nuovo mondo degli studenti, costretti a modificare radicalmente la routine e a cercare di non rinunciare allo studio, conoscendone la sua vitale importanza. Si è modificato tutto così velocemente da non avere il tempo di riflettere sul da farsi o almeno scommettere su se stessi per cercare di cambiare quello che è il mondo attuale. Il tasso di contagi continua ad aumentare e la scuola continua a non essere all’altezza delle aspettative.

Più la voglia di ripartire aumenta, più non si rispettano i canoni riguardanti l’incolumità dello studente e delle famiglie in questione.

Gli studenti devono essere tutelati, la salute anche e davanti alla complessità delle vicende in corso non si può restare inermi e indifesi. Servirebbero molto più cervelli galvanizzati e menti pensanti, anche perché abbiamo avuto la prova che la scuola serve. Eccome se serve.

Articolo di Alisya Alcaro