Non è lo scenario di un film. Non è una trama scritta da Dan Brown. E lo sfondo della narrazione non è a stelle e strisce come la consuetudine cinematografica vorrebbe, ancor più se si considera quanto accaduto pochi giorni fa, al Congresso degli Stati Uniti, con la realtà che ha superato di molto l’immaginazione.

Elicotteri della polizia, artificieri, mezzi blindati, organi di stampa da ogni parte del mondo (ai quali è stato impedito di fare videoriprese, se non prima dell’inizio dell’udienza), centinaia di toghe: siamo a Lamezia Terme, quello che un tempo era il capannone della Fondazione Terina, in pochi mesi è stato tramutato nella più grande aula bunker per un processo che segnerà la nostra terra e, conseguentemente, il Paese.

Un tempio della legalità eretto in pochissimi mesi, proprio durante la pandemia, grazie alla determinazione del Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri. Si è tenuta oggi la prima udienza dibattimentale del processo “Rinascita – Scott”, una vetrina per la Calabria che torna a far parlare di sé, stavolta come simbolo di speranza, di rinascita, non per scandali al limite del grottesco. In rappresentanza delle Istituzioni, presente il Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra.

Il più grande processo dal 1986, allorquando vennero condannati i capi di Cosa Nostra, 325 imputati per il rito ordinario, 438 capi d’accusa, circa 600 avvocati, 912 testimoni chiamati a deporre, 58 collaboratori di giustizia pronti a delineare i quadri dei rapporti tra ‘Ndrangheta e colletti bianchi. Altri 91 processati il 27 gennaio con rito abbreviato, mentre un terzo troncone si aprirà il 10 febbraio presso la Corte d’Assise di Catanzaro. Mille posti a sedere (distanziati secondo le normative anti-covid), 150 video-collegamenti in contemporanea, i più sofisticati sistemi di sicurezza: l’aula bunker è teatro di un vero appuntamento con la storia.

Mentre fuori scende la pioggia, alla sbarra vi è il più potente clan in Calabria, i Mancuso di Limbadi, la famiglia di ‘Ndrangheta dominante nel vibonese e i suoi alleati, per scandagliare, centimetro dopo centimetro, le connessioni con politica, imprenditoria e massoneria deviata di tutta Italia, oltre ai legami con il Nord Europa ed alcuni Paesi dell’Est del Continente. Quinterni di carta, intercettazioni, filmati da esaminare e, tra i “nomi illustri” (non solo calabresi) che nei prossimi giorni si presenteranno al microfono della Corte, anche Gaspare Spatuzza, figura-chiave nel processo di Palermo in quanto pentito della strage di Via D’Amelio, nonché esecutore di svariate decine di omicidi tra i quali quello di don Pino Puglisi.

Poche ore dopo l’operazione di rastrellamento portata a termine all’alba del 19 dicembre 2019, Nicola Gratteri esortava la comunità, specie i giovani, a scendere nelle piazze, a riappropriarsi degli spazi, ad attuare quella rivoluzione culturale unica condizione per contrastare il male, quantomeno per pareggiare la partita e un giorno – chissà – vincerla. “Traffico di cocaina e riciclaggio richiamano le mafie italiane nei Paesi europei laddove vi sia un sistema giudiziario blando – ha detto il procuratore Gratteri -. Questo processo delineerà l’evoluzione di una mafia sempre più inserita nella Pubblica Amministrazione e nei piani alti. Cosa inimmaginabile fino a dieci anni fa”.