C’è chi se ne va in silenzio, quasi afono nella fiumana di gente indifferente che corre, corre e corre. Le tragedie silenti, quelle di cui si accorgono in pochi, nell’humus della fretta. A morire quasi nell’anonimato, nell’ombra. Come i cani di campagna che, percepita la fine, decidono di allontanarsi per non dare al padrone il dispiacere di essere visti in agonia.

Andando via quasi nella distrazione generale, perché il suo nome non suscita clamore, non fa share o views su Youtube. O quando suscita clamore, ormai è troppo tardi, perché sei già sotto un cipresso con un lumino e due gerani. Sei solo uno dei tanti, un povero cristo da derubricare con un “mi dispiace”, facendo spallucce.

Dovevamo uscire migliorati? Dovevamo restare uniti? No, abbiamo cantato dai balconi e impastato pane e pizza, ma no, la povertà morale (e mentale) è emersa in tutta la sua pochezza. Sembra un ossimoro, ma non lo è.

Ci sono storie e “Storie” con la “s” in maiuscolo. Si è scritto e parlato tanto, nei giorni scorsi, di Adriano Urso, perché quantomeno deve indurre a far riflettere la sua storia.

Un ragazzo semplice, che aveva il dono della musica, il dono di trascendere con le note ed elevarsi sulle parole. Un dono che si tramutava in energia emanata dalle sue dita come conduttori sui tasti del pianoforte.  E quei tasti, ogni volta, prendevano vita, tra lo studio e i locali della Capitale nei quali allietava il dopocena dei romani con quello che un tempo veniva definito “pianobar”. Un tempo, già. D’altra parte Adriano era un ragazzo d’altri tempi, che pareva provenire da un’altra epoca per valori difficilmente rintracciabili oggi, ormai. Nell’aspetto, nella pacatezza, anche nell’abbigliamento, con garbo ed eleganza tipici di un dandy vintage, oggigiorno demodé, lontano da tatuaggi, collane tamarre su petti depilati e banalità a perdita d’occhio.

Il pianoforte per lui era l’estensione dei suoi arti, della sua anima e il jazz il suo sangue. Ma a quarantuno anni la sorte, la vita, ha deciso di portarselo via, senza avvertire. Come se la morte, normalmente, avvisasse quando sta per fare irruzione. Così come, nelle nostre vite, da  oltre un anno ha fatto irruzione a gamba tesa un nemico subdolo e bastardo che calpesta e continua a mietere vittime. E per vittime non intendiamo solo chi abbia esalato l’ultimo respiro, ma chi finisce in ginocchio e senza un soldo, a causa del conseguente dissesto economico.

Il covid ha inevitabilmente colpito il settore artistico, la cultura, l’abito buono che forse rappresenta più di ogni cosa il nostro Paese,: cinema, teatri, musica. Adriano Urso non per questo si è dato per vinto, ma ha avuto il coraggio e l’umiltà di ricominciare da zero, di provare a rimettersi in gioco, deponendo nel cassetto la sua arte per ripartire dal basso e con “basso” non intendiamo lo strumento. Come? Facendo le consegne a domicilio, o il “rider” come si direbbe oggi, una delle nuove “frontiere” del “precario 2.0” dopo l’operatore del call center. Solitamente, per coltivare aspettative e sogni, si comincia col fare il fattorino o il facchino per mettere da parte un gruzzolo e raggiungere un obiettivo. Lui è andato contromano nonostante non fosse più giovanissimo e, pian piano, si sarebbe messo in sesto finché la pandemia non si fosse attenuata per poi dissolversi. Finché qualche giorno fa la sua Fiat 750 ed il suo cuore non lo hanno tradito. Un’auto d’epoca, sì, perfettamente in linea con il suo stile. La stessa con la quale il musicista andava a fare le consegne, non ha retto al gelo della notte per incepparsi, per fare un capriccio. Adriano è sceso dalla macchina per spingere, aiutato da qualche passante: la macchina si è rimessa in moto, lui si è accasciato poco dopo, per un infarto.

Si è chiuso il sipario su un’altra vita, su un talento italiano che non ha avuto il tempo di esprimersi e calcare palchi d’èlite. La morte di Adriano Urso fotografa il dramma contemporaneo dell’Italia: la delegittimazione dei nostri professionisti, di coloro che hanno delle competenze, quelli che erroneamente vengono definiti “cervelli in fuga” ma che “in fuga” non lo sono affatto. Semmai cervelli cacciati via, ai quali viene negato spazio e supporto. Ed è così che un ragazzo vede negarsi la possibilità di nutrire un sogno e vivere del proprio talento in un Paese dove, ancora oggi, il merito non va’ avanti e la scalata al successo avviene attraverso la porta secondaria della “spintarella” concessa dall’amico dell’amico.