Seconda puntata in quarantena per Fuori Confine, con gli aggiornamenti su coronavirus e calcio nel resto d’Europa.

Il ritorno in campo sembra una chimera e intanto federazioni e società cercano di capire come ridurre l’impatto economico del lockdown. In Inghilterra i giocatori non sono d’accordo con le riduzioni degli stipendi e rispondono alle accuse demagogiche della politica supportando in prima persona il sistema sanitario nazionale.

Ma gli inglesi non sono gli unici a non vedere di buon occhio i tagli agli ingaggi. I giocatori del Barcellona alla fine hanno accettato di rinunciare al 30% dei loro compensi, ma è un altro episodio che contribuisce ad allontanare lo spogliatoio dal presidente Bartomeu. Sono giorni difficili per la società catalana, alle prese con un’epurazione della giunta societaria. Bartomeu ha costretto alle dimissioni sei dirigenti che avevano palesato rimostranze nei confronti della sua gestione: l’obiettivo è tenere coeso l’ambiente per chiudere al meglio il suo ultimo anno e mezzo di mandato da presidente.

Il focus più corposo riguarda però il campionato bielorusso, tra i pochi ancora in corso nonostante l’epidemia. Ci accompagna alla scoperta del torneo e dei suoi protagonisti Vitali Kutuzov, ex attaccante del Bari di Conte e Ventura con un passato anche al Milan e allo Sporting Lisbona

Oggi Kutuzov cura un’agenzia, la VK1 – Player Management and Football School , che si occupa della gestione e dello sviluppo non solo di giovani calciatori ma anche di scuole calcio. «Io cerco di dare linee guida ai ragazzi su come vivere da atleti. Collaboriamo con i genitori cercando di curare innanzitutto l’aspetto fisico e la salute. Abbiamo anche ragazzi italiani e svizzeri. In più cerchiamo di creare scuole calcio a nome di VK1, strutture con servizi di buona qualità e che infondano valori sani».

Molti suoi assistiti giocano in Bielorussia, dove ancora non si sente l’esigenza di arrestare il campionato. Una scelta che lascia un po’ perplesso l’ex attaccante di Sampdoria e Avellino. «Le decisioni vengono dai ministeri. Loro non credono ci sia pericolo, anche se è strano visto tutti gli altri hanno chiuso: non credo che noi godiamo di immunità superiore» ha detto in maniera ironica. Per fortuna la gente ha iniziato a percepire la gravità del problema e sta abbandonando le partite anche senza l’input del governo o della federazione: «Le nove tifoserie più grandi hanno deciso di non andare allo stadio. Andranno sicuramente i genitori e le fidanzate, ma quasi tutti gli stadi sono vuoti. In ogni caso le partite restano a porte aperte e non c’è alcun tipo di divieto. In più per la prima volta i diritti del campionato sono stati venduti in dieci paesi stranieri, per cui gli incassi arrivano. Tuttavia non è giusto inseguire il denaro a scapito della salute dei cittadini».

Un giudizio assennato e sincero: Kutuzov è rimasto in Italia e controlla da qui i suoi assistiti in Bielorussia. Avrebbe voluto continuare là la sua carriera da dirigente, ma purtroppo non ha potuto «A marzo volevo candidarmi a presidente della federcalcio del mio paese, ma il sistema non mi ha permesso di intraprendere il percorso ed è stato scelto un militare di sessantatre anni».

La sua esperienza avrebbe di certo fatto comodo al calcio bielorusso. La nazionale oggi ristagna alla casella numero ottantasette del ranking FIFA e sono lontani i tempi in cui riusciva a mettere in seria difficoltà l’Italia di Lippi.

Sono passati quasi vent’anni dal trasferimento al Milan per Kutuzov, ma le emozioni di quel passaggio così prestigioso della sua carriera sono indelebili: «Quando arrivi al Milan è come arrivare sulle stelle. Arrivi in spogliatoio e vedi prima Maldini, poi Redondo, poi Albertini: uno più grande dell’altro. Cinque/sei anni prima di andare al Milan allo stadio della Dinamo (Minsk ndr) venne a giocare la Lazio. Come tutti i ragazzini di tredici anni andai il giorno prima all’allenamento per rimediare qualche autografo. Riuscì ad avere quello di Chamot. Poi un giorno a Milanello, mentre correvamo insieme, gli dissi: “José ma sai che cinque/sei anni fa ti ho chiesto l’autografo a Minsk?”. Lui sicuramente non lo ricordava, ma è stato molto bello, perché nel giro di pochi anni per me è cambiato tutto. Prima ero un bambino che lo guardava come un giocatore della Lazio e della nazionale (argentina ndr), poi sono arrivato a correrci insieme».

Dopo il Milan, il trasferimento allo Sporting Lisbona, in cui stavano sbocciando Ricardo Quaresma e Cristiano Ronaldo, già curioso di conoscere le dinamiche del calcio d’élite: «Ci hanno messo in stanza insieme, visto che si conoscevano tutti mentre io ero un russo per la prima volta in Portogallo e lui un giovane della primavera. Io venivo dal Milan e lui mi chiedeva sempre come si allenano i campioni e come funziona MilanLab. È una fame di conoscenza che ha anche adesso, visto il modo in cui lavora sul suo corpo».

Poi tanti altri spunti interessanti, dalle impressioni sul lavoro di Conte all’Inter al ricordo di Mario Jardel ai tempi dello Sporting.

Buona visione a tutti!